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Diario albanese

Poche ore fa ero seduta, a pochi passi dall’entrata del castello di Gjirokastër, e leggevo “Wild” di Cheryl Strayed. Ogni tanto alzavo lo sguardo, staccandolo per un attimo dalla pagina, e lo posavo sulla distesa di tetti di pietra qualche metro più sotto, pensando a quanto fosse bello avere tempo di esplorare una città, aggirarsi con calma fra le sue vie e poi sedersi a leggere. Senza alcuna fretta, e senza nessuna meta da rincorrere.

Ed ero davvero immersa nella storia, quando una voce ha catturato la mia attenzione e mi ha spinta ad alzare gli occhi.

«Where are you from?» mi ha chiesto una ragazza, che si era seduta sulla panchina accanto alla mia e mi osservava sorridendo. Aveva un’espressione amichevole, i capelli biondi scuri legati in una coda e due orecchini rosa. Due piccoli bottoncini di un rosa così bello, così allegro, che non ho potuto non sorriderle di rimando e girarmi verso di lei.

«I’m from Italy!» le ho risposto, suscitando tutto il suo stupore. La sorpresa era palese, nei suoi occhi azzurri spalancati. «Davvero? – mi ha chiesto -. Pensavo fossi olandese, o tedesca!»

Il mio sguardo è subito sceso ai miei piedi, che calzavano un paio di Birkenstock Arizona. Come darle torto, soprattutto vista la scelta delle calzature, ma spiegarle che le mie scarpe erano rimaste in una borsa laterale della motocicletta, in quel momento chiusa nel garage di uno sconosciuto mi sembrava quanto meno complicato. Così sono passata oltre, con una risata, e ho cominciato anche io a farle domande. Nel giro di pochi minuti, sedute sulle nostre due panchine adiacenti, siamo arrivate a parlare del lavoro, del futuro, di cosa il mondo possa riservarci. Scoprendo che lei, sebbene sia un ingegnere civile, fatichi a trovare un impiego a Gjirokastër, e stia seriamente meditando di lasciare l’Albania per cercare fortuna altrove.

È un mondo difficile per tutti

Le ho parlato della mia esperienza fra l’Italia e la Francia, e ci siamo, purtroppo, trovate a concordare che questo è un periodo difficile per i giovani, che troppo spesso vedono le proprie speranze disattese. Le ho parlato di quanto sia difficile trovare un lavoro con uno stipendio equo, nel mio Paese, e di quello che farei io al suo posto. Non mi sembrava spaventata all’idea di rivoluzionare la propria vita e ricominciarla altrove: era solo in cerca di suggerimenti di chi, magari, ci era già passato, e poteva darle una mano. Mi ha ascoltata e mi ha detto che si era messa anche a studiare lo spagnolo in autonomia, in modo che potesse vantare di conoscere una quarta lingua, ma che amici in Spagna le avevano sconsigliato di trasferircisi, a causa della crisi dilagante attuale.

Perché la verità, che ho avuto modo di mettere fuoco in queste prime due settimane di viaggio, è che l’Albania sotto tanti aspetti non è molto diversa dalle nostre civilissime ed evolutissime nazioni. Nelle quali, in questo 2019 ormai agli sgoccioli, ci troviamo ancora a combattere per vedere il nostro impegno, e la nostra dedizione, apprezzati e riconosciuti.

Stavo per chiederle il nome quando il suo cellulare è squillato: un’urgenza la costringeva a tornare a casa, e non ho osato trattenerla oltre. «Ti auguro tanta fortuna!» mi ha detto mentre già stava imboccando la discesa.

«Anche a te» ho risposto, ma era troppo tardi. Camminava veloce, ed era già sparita.

Se questa è un’epoca fortunata, per noi giovani, perché viviamo in un mondo pieno di possibilità e occasioni, vero è anche che queste non piovono dal cielo. Il crearci una vita che ci soddisfi, e una nostra sicurezza, richiede una spaventosa dose di coraggio. E la capacità di metterci in gioco davvero, anche quando tutto sembra remare contro. Me l’ha ricordato la ragazza incontrata oggi, ma ogni conoscenza fatta nell’arco di queste due settimane non ha fatto che confermarmelo.

Costretti a cercare fortuna altrove

Ho conosciuto un giovane chef, a Tirana, che dopo aver capito che il lavoro nelle località balneari albanesi non gli avrebbe permesso di vivere dignitosamente, si è imbarcato sulle navi da crociera e ha trovato la propria dimensione. Non prima di aver frequentato un corso a Bologna, però, che gli è valso il riconoscimento di capo cuoco per i primi piatti, a bordo della nave. Ogni sei mesi torna in Albania, per questioni burocratiche e per passare in Ambasciata, ma poi riparte. Perché quello che ha trovato lì, purtroppo, nel Paese delle Aquile non l’aveva mai avuto. E sebbene sia una scelta dolorosa, allontanarsi e vivere ramingo, non ha avuto paura di prenderla: in ballo c’era la sua vita, e questa valeva più di ogni sacrificio, e di ogni chilometro lontano da casa.

Conosco i Balcani da molto tempo, ormai, e ho imparato a conoscere la tempra della sua gente. Non sono bastate la dominazione, la dittatura, guerre orribili e fratricide per fargli perdere l’entusiasmo, il desiderio di costruirsi una vita migliore. Non basta la situazione politica detestabile nella quale versano, per fargli seppellire la testa sotto la sabbia.

Penso a quanto sono forti, e a quanto sia ingiusto il fatto che siano un popolo così sfruttato, manipolato, dimenticato e usato come leva in meccanismi ben più grandi di loro, che purtroppo non li vedono mai davvero protagonisti.

Un Paese ricchissimo, sulla carta

Sotto al territorio albanese giace un mare di petrolio: una ricchezza spropositata, che potrebbe far fare al Paese un grandissimo passo in avanti verso la modernizzazione e il benessere collettivo. E invece no, chiusi ancora fuori dall’Unione Europea per assurdi meccanismi politici che hanno tutta l’apparenza del ricatto – si vedono questa immensa fortuna sfilare da sotto le dita, diretta ad ingrossare le tasche di chi è già potente. Hanno un territorio ricchissimo, e moltissimi di loro sono così poveri che come essere umani ci sarebbe da avere vergogna. Quel petrolio che non li arricchisce, ma che sarebbe loro, lo devono comprare: un circolo vizioso che ha dell’incredibile e del surreale, ma che purtroppo è reale. Perché se in Bosnia 1 litro di benzina costa 1,15€, qui il prezzo è solo di una decina di centesimi inferiore all’Italia. Con il problema che uno stipendio mensile potrebbe anche aggirarsi sui 300€. Non resta che fare pochi, semplici, conti per chiedersi come facciano a sopravvivere.

Probabilmente tutto andrebbe diversamente se cambiasse la politica, e se questo popolo avesse finalmente l’occasione di riscattarsi. Iniziando a sentirsi riconosciuto nel proprio lavoro, a vedere su di sé il risultato dell’impegno… Se finalmente avessero l’occasione di fare quel passo in avanti che meritano.

Aspettate: stiamo ancora parlando dell’Albania, vero?

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