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È vero, sono una figlia di papà

Finalmente posso svelare il segreto della mia immensa fortuna a tutti coloro che lo sospettavano da tempo. Ebbene sì, sono una figlia di papà.

Ma allo stesso modo in cui, sono decisamente certa, lo siate anche voi. E cioè che siate stati generati da un padre ed una madre che ad un certo punto della loro vita si sono voluti veramente bene.

Se invece eravate convinti che fossi una figlia di papà nel senso metaforico (e molto spesso denigratorio) del termine beh, vi siete sbagliati di grosso. Ed è davvero curioso, perché non ho proprio idea di come siate giunti a questa colorata conclusione. Da papà non ho ereditato un lascito generoso, e nemmeno un vitalizio che mi permetta di viaggiare come e quanto mi pare. Da papà non ho ereditato capitali o mezzi (su due ruote), dei quali disporre a piacimento. Ho però ereditato ricchezze ben più grandi, che mi hanno permesso di arrivare fino a qui. E di mettere fuoco i desideri con lucidità.

 

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“In una famiglia nella quale si era sempre parlato di viaggio […], lasciare casa per qualche settimana era la cosa più naturale del mondo. Non lo era per i miei compagni di scuola durante l’infanzia e non lo sarebbe stato nemmeno durante l’adolescenza. Forse a straniare era solo il mezzo, o il fatto che fosse quello a permetterci di viaggiare, scoprire e vivere all’interno della realtà nella quale ci spostavano. Negli anni a venire, soprattutto una volta alle scuole superiori, mi sono resa conto che l’entusiasmo che mettevo nei miei racconti, una volta tornata a casa, era il chiaro segno di qualcosa che stava mettendo radici dentro di me […]”. Le parole affiorano lente, ma arrivano e solleticano le dita. @gialdini_bs . . . #stayandwander #mytravelgram #keepexploring #exploremore #travelcolorfully #discoverglobe #theGlobeWanderer #iamatraveler #adventurevisuals #searchwandercollect #ourplanetdaily #awesomeearth #beautifulmatters #dametraveler #wearetravelgirls #igtravel #instago #instagood #instapassport #instatravel #instatraveling #mytravelgram #tourism #tourist #travel #travelgram #traveling #travelingram #travelling #visiting

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Dalla mia famiglia ho ereditato la passione per i viaggi, per la scoperta lenta. Da fare a bordo di un mezzo che sia immerso nel paesaggio, e sia pronto ad attraversarlo in lunghezza.

Con la mia famiglia, infatti, non ho mai preso un aereo, fatta esclusione per il piccolo velivolo a 8 posti che, dalla terraferma, ci ha portato alle isole Aran. Eravamo noi, il pilota, una coppia e i sacchi della posta, ed è stata un’esperienza magica.

A bordo del nostro camper – nel corso di qualche anno – abbiamo esplorato l’Europa intera, e quella sì che è stata una grande fortuna. A 10 anni ero già stata in Scozia, Irlanda, Inghilterra, Grecia, Svizzera, Francia (molte volte, forse si spiega così la mia storia d’amore con Parigi)… Entro i 15 anni in Germania, Polonia, Finlandia, Inghilterra, Norvegia, Svezia e persino Capo Nord. Tutte mete raggiunte via terra, chilometro dopo chilometro. Che mi hanno fatto capire che quella, in fondo, poteva essere anche la mia strada. E che del viaggio, una volta iniziati, non ci si libera tanto facilmente.

 

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Mentre tornavo dal lavoro, poco fa, ho improvvisamente messo a fuoco che, quando partirò, avrò probabilmente 28 anni e avrò come sempre sabotato l’ordine tradizionale delle cose per far girare il motore dei giorni alla mia velocità. Se c’è una cosa che riconosco di aver fatto bene, nella vita, è quella di non essermi mai data delle scadenze; a differenza di molte mie coetanee, e coetanei, che mi hanno confidato di essere cresciuti con la scaletta della propria esistenza già ben chiara nella mente. Che entro i 26 anni avrebbero dovuto avere un lavoro vero, sposarsi con il fidanzato storico, acquistare una casa e al massimo due anni dopo dare alla luce il primo figlio. Perché a 30 anni si sa, si è ormai persone adulte e bisogna mettersi nell’ottica che la vita va instradata in un certo modo, e che l’epoca delle incertezze deve finire. Non importa se questo programma fa paura, rema contro ai desideri più genuini e ci fa vivere l’esistenza come se fossimo in costante lotta contro il tempo. L’importante è rispettare un ritmo che il mondo ha scelto per noi, e trovare il modo di farcelo calzare addosso come un guanto. Che grande fortuna, allora, aver vissuto fino ad ora nella mia bolla di totale precarietà… Con me stessa, con i miei sogni e con quello che voglio costruire ancora in costante divenire. Ancora influenzabile dalla grandezza di quello che provo, dall’energia che un luogo è in grado di trasmettermi e da tutto quello che ancora voglio raccontare. È confortante pensare di non essermi mai data un tempo massimo, ma solo luoghi fisici da raggiungere. Di non aver mai fantasticato del Grande Giorno e di essermi limitata al Grande Viaggio. Che probabilmente, alla fine, è in grado di mettere insieme tutti i giorni più straordinari che potrei mai immaginare. Quando partirò saranno passati più di 20 anni da questa foto, ma sono sicura che lo spirito sarà lo stesso di quando pedalavo per chilometri e chilometri ai piedi delle montagne, lasciandomi dietro solo la scia di una bandierina rossa. Di quando ero impegnata a crescere in una famiglia che non mi insegnava l’importanza dell’essere al passo con i tempi degli altri, ma la possibilità di costruirne di miei.

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Quella dei miei genitori è stata una scelta piena di coraggio. Niente hotel o cene al ristorante, per noi: le nostre estati erano consacrate alla scoperta e alla vita nomade. Senza lussi, guidati solo dalla voglia di capire e conoscere mondi diversi. Anche a relativamente pochi chilometri da casa.

La genetica, però, non sbaglia mai, e allora devo ammettere che sì, c’è una cosa per la quale sono veramente figlia di papà: la passione per le motociclette. Un amore che deve essere passato attraverso il sangue, abbattendo le barriere della paura e arrivando fino a me.

Quando a 15 anni ho semplicemente comunicato che a scuola avrebbero organizzato il corso per conseguire il patentino e che quindi, io che volevo farlo, mi ero già iscritta, non è che abbiano potuto fare molto.

Così come non è che abbiano potuto fare molto quando a 23 anni li ho avvisati che, con i soldi guadagnati lavorando durante l’università, mi sarei comprata una motocicletta per premiarmi della laurea appena conseguita.

Non sarebbero stati coerenti, visto che prima di avere me e mio fratello i miei genitori avevano macinato decine di migliaia di chilometri, sempre in moto, per tutto il Vecchio Continente. Arrivando persino in Turchia, dove avevano trascorso un mese, nell’epoca in cui i cellulari non esistevano, e la rotta balcanica era un crocevia di camion, tragedie e strapiombi. Era la metà degli anni ’80, e loro viaggiavano a bordo di una Yamaha XZ550.

Mio fratello, piccino, su una delle moto di papà.

La prossima volta che qualcuno, puntando il dito, mi accuserà di essere una figlia di papà penserò a quello che ho appena scritto. Penserò agli straordinari luoghi che, lasciandomi libera di viaggiare anche da sola, mamma e papà mi hanno permesso di conoscere da vicino.

Non la prenderò più come una critica, e sorriderò.

Brindando alla fortuna di essere nata in una famiglia in cui non ha mai contato l’apparenza, o il mostrare. Ma nella quale, più di tutto, contavano la cultura e la conoscenza. Da scoprire viaggiando, senza fretta.

Nella foto in copertina

Io, e mio padre, in sella alle nostre moto durante la caccia al tesoro organizzata da Moto-Explorer.



 

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