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Storia di quando ho lasciato la moto, e ho esplorato il Tajikistan a piedi

Quando sono partita per il viaggio in moto verso l’Asia Centrale, il 2 giugno del 2017, non avevo idea che tutto sarebbe stato ben diverso da come me l’ero immaginato. Che quell’esperienza sarebbe stata la fine di qualcosa in cui credevo, ma anche l’inizio di un grande percorso di consapevolezza. Esattamente un anno dopo quel 2 giugno me ne sono andata dalla casa in cui avevo scelto di stare, una volta tornata, e mi sono ricostruita da capo. Per l’ennesima volta. Con un nuovo slancio, e una determinazione che ormai credevo di aver perso. Nulla di ciò sarebbe accaduto, però, se la vita non si fosse messa di mezzo e se mesi prima non non mi fossi trovata nella situazione di dover proseguire il viaggio da sola, lasciando la mia moto a Bishkek ed esplorando il Tajikistan a piedi.

Prima di riuscire ad arrivare a quella decisione erano stati necessari lunghi giorni di riflessione e sofferenza: perché quella non era l’idea di viaggio che mi ero fatta, perché le cose non sarebbero dovute andare in quel modo. Eravamo partiti in due, e in due saremmo dovuti arrivare a destinazione. Invece mi sono trovata sola, e con quasi tre settimane di tempo per conoscere un Paese che avrei tanto voluto attraversare in sella alla mia moto. Quando mi era stato detto per la prima volta che non sarei potuta andare avanti, la sensazione provata era stata strana, e umiliante.

E la mia colpa è stata quella di non oppormi, perché mi ero davvero fatta convincere della mia incapacità.

Nel sentirmi accusata di non essere all’altezza del mio intento la prima reazione, allora, era stata provare un immenso desiderio di tornare a casa, per leccare le ferite di un’esperienza andata male.

Poi, però, ho pensato che sarebbe stato assurdo arrendermi: ero a pochi passi dalla zona più bella del viaggio, e la forza che mi serviva per andare avanti era da cercare dentro di me. Così ho comprato uno zaino, e ho trovato il modo per proseguire. Sancendo la fine definitiva di quello che avevo tanto combattuto per preservare (anche se ci avrei messo ancora qualche tempo per lasciarmi definitivamente tutto alle spalle) e abbracciando un nuovo capitolo della mia vita.

Perché esplorare il Tajikistan a piedi è stata la miglior decisione che potessi prendere

Lasciare la mia moto nel cortile dell’Hotel Salut, a Bishkek, dove lo staff di ADV Factory l’avrebbe prelevata per caricarla sul camion e riportarla in Italia, mi ha liberata di un peso. Fisico e psicologico. Ero arrivata alla fine dei 2 mesi e 10 giorni di viaggio in moto realmente provata, e volevo ripartire leggera.

Così ho salutato la mia CB500X, che ormai aveva 15mila chilometri in più sulle spalle, e mi sono incamminata verso la fermata del bus che mi avrebbe portata in aeroporto. Ho preso un volo verso Dushanbe e ho dato inizio al viaggio nel viaggio.

I venti giorni che sono seguiti sono stati una vera boccata di ossigeno, anche se, per assurdo, ne conservo ricordi a tratti nebulosi.

Ero tesa, indecisa sul da farsi ma, nonostante tutto, non mi sentivo affatto sola. Anzi. Ero circondata dalle persone che incontravo lungo il percorso, ed ero attratta dalle loro storie. Per la prima volta, da molto tempo a quella parte, non mi sono sentita chiusa nel mio bozzolo, e ho iniziato a far respirare l’infelicità. Lasciandola libera di fluire, e allontanarsi per un po’.

Ho fatto grandi cose e, senza accorgermene, ho costruito la persona che sono oggi

Durante il viaggio in Tajikistan a piedi ho avuto la possibilità di vivere esperienze davvero straordinarie:

  • Ho camminato a pochi passi dal confine afghano, raccogliendo acqua da una fonte ricca di ferro. Così ricca di ferro da avere il sapore del sangue. Dall’altro lato del fiume, intanto, le persone andavano avanti con la loro vita, ed erano piccoli puntini a poche decine di metri di distanza.

  • In quel tragitto, che stavamo compiendo per arrivare a Langar da Khorog, abbiamo raggiunto il numero record di passeggeri contemporaneamente presenti sul mezzo. 13 (sì, tredici, hai letto bene).

  • Ho conosciuto un fotografo parigino, in viaggio con la fidanzata di origine giapponese, che scattava solo con una macchina fotografica analogica.

  • Ho dormito a 3600 metri di quota, lungo il percorso di un pellegrinaggio sacro per la popolazione kirghisa.

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  • Il primo giorno, a Dushanbe, ho trovato il passaggio in una jeep piena di italiani.

  • Allo stesso modo, a Bishkek, ho dormito in una camerata di ostello in cui eravamo in 4. Tutti italiani.
  • Ho fatto il bagno nelle straordinarie terme di Bibi Fatima. Io e una ragazza inglese, che partecipava al Mongol Rally, eravamo le uniche straniere.
  • Ho dormito al Pamir Lodge, vero ritrovo per viaggiatori all’inizio dell’avventura lungo la Pamir Highway. Da qui sono transitati motociclisti, ciclisti e vagabondi come me, alla ricerca della propria strada.
  • A Murghab ho conosciuto Giulio Romito, che stava percorrendo tutto la strada fra l’Europa e l’Asia Centrale in sella alla sua Transalp.
  • Sono stata al Mercato Afghano, che ogni sabato va in scena alle porte di Khorog. A poche decine di metri dal confine, e nel mezzo di una terra di nessuno.

  • Ho viaggiato con mezzi di fortuna, e in condizioni quanto meno creative.

  • Ho fatto amicizia con Franziska, una ragazza tedesca con la quale ho fatto un trekking bellissimo, partendo da Arslanbob. Facendoci accompagnare da due guide davvero straordinarie (e due cavalli), che conoscono quelle montagne come le loro tasche.

 

  • Ho visto bambini sereni, nella semplicità della loro vita. La loro pelle era segnata dal sole, e dal vento freddo del Tajikistan.

  • Ho visto alcuni dei paesaggi più straordinari di sempre. Maturando il folle desiderio di ritornarci presto, in sella alla mia CRF250L.

 

Se la mia vita non avesse preso una piega strana, se tutto fosse andato secondo i piani…  Forse avrei sofferto meno. Avrei sicuramente sofferto meno, ma non avrei spianato il percorso verso la decisione. Il coraggio di cambiare, e di prendere in mano i sogni, probabilmente sarebbe rimasto da parte ancora a lungo. Forse per sempre.

Allora grazie Tajikistan, grazie imprevisti e grazie per tutta la paura provata. Il desiderio di riscatto, e di essere felici, è l’unico motore in grado di rimettere in ordine il caos.

E grazie Franziska, per essere stata l’emblema di tutte le persone incontrate lungo il percorso, per avermi prestato un tuo bastoncino e avermi fatto capire che le persone buone sono disposte a condividere. Quei 2mila metri di dislivello sarebbero stati infiniti, senza di te.

 



 

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