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Il viaggio non finisce, cambia soltanto

Io, nella vita, l’incoscienza non finirò mai di ringraziarla. Perché è quella cosa che ci fa andare un passo oltre la paura, che per una frazione di secondo ci fa sentire invincibili. È quella forza misteriosa che abbatte le porte e spiana il terreno dei sogni, e delle possibilità infinite.

Quando siamo partiti per questo viaggio, e ancora prima, quando abbiamo iniziato ad immaginarlo nella nostra fantasia, eravamo perfettamente consapevoli che non sarebbe stato facile.

Sapevamo che i chilometri da affrontare sarebbero stati tanti, e che l’incertezza di quello che ci saremmo trovati davanti – per quanto essenza stessa del viaggio – avrebbe a volte potuto metterci i bastoni fra le ruote.

Ma oggi, a due mesi dalla nostra partenza, credo di poter affermare con sicurezza che, nonostante ogni difficoltà, ogni caduta, ogni chilometro sofferto, tutto sia valso la pena. Che l’azzardo di credere in una meta lontana ci abbia ripagato con i sessanta giorni più intensi, complessi e avvincenti della nostra vita.

Nella nostra incoscienza, però, non siamo certo sprovveduti. Non lo sono soprattutto io, che guido la mia moto da poco più di due anni e, ancora, stento a credere di essere arrivata fino a qui. Che se mi guardo indietro vedo ogni giorno come una conquista immensa, resa possibile dalla forza di volontà e dalla tenacia mia e di chi ho accanto.

Perché sono certa che, in qualche modo, questa meta straordinaria l’avrei raggiunta comunque: è stato il non essere sola, però, ad aver reso l’impresa diversa. L’ha resa un’avventura a due che abbiamo saputo affrontare contando sulla condivisione e sulla pazienza.

Ci siamo lasciati alle spalle 14mila chilometri, attraversando 14 paesi, mentre le difficoltà alla guida, in alcuni tratti, si facevano per me importanti. Ci sono stati momenti in cui avrei solo voluto vedere la mia moto sparire, e con lei sparire il peso di tutto quello che trasportavo. Risalivo in sella e continuavo a guidare, gli occhi fissi sulla strada dissestata sotto alle mie ruote: la fatica era una coperta pesante che mi calava sulle spalle, mentre la consapevolezza che i miei limiti – e la mia scarsa esperienza – mi stavano mettendo in difficoltà si insinuava sempre più forte dentro di me.

Ho trascorso due notti in bianco prima di riuscire a prendere questa decisione: ho meditato e studiato, e ho valutato tutte le ipotesi, mentre dentro di me venivo schiacciata dal senso di fallimento.

Improvvisamente era come se tutto l’impegno messo nel rendere possibile il viaggio si fosse rivelato inutile: non volevo fermarmi a pochi passi dalla mia meta – le montagne – ma dall’altra parte sapevo che arrivarci sarebbe stato rischioso, stancante, ancora fuori dalla mia portata.

Guardavo la carta e pensavo che quelle vette altissime me le portavo nel cuore da mesi, e non volevo darmi per vinta. Non volevo che questa città – che avrebbe dovuto essere la meta finale del mio itinerario – diventasse il mio personale Colle Sud. La realizzazione del mio sogno era troppo vicina per rinunciarci, quindi ho trasformato la paura della sconfitta in uno slancio di curiosità e voglia di continuare.

Ho comprato uno zaino, ho eliminato il superfluo e ora il mio viaggio continua così. Saranno le gambe a portarmi, saranno i mezzi e sarà la fortuna, mentre lo sguardo resta fisso là in cima, sulla neve che accarezza le montagne e mi ricorda che se ci crediamo realmente la vera avventura non finisce mai.

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