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L’ingrediente segreto del viaggio è la fiducia

È una vita dura, per i perfezionisti. Lo dico sempre, mi cruccio di esserlo e poi mi ritrovo a dare il meglio di me quando niente va come previsto. Perché in viaggio, soprattutto quando affrontato in motocicletta, è inevitabile cadere nella trappola dell’inatteso. E la differenza la fa tutta il nostro modo di reagire, e il nostro modo di rimetterci in piedi, pronti per continuare l’avventura.

“Se non vuoi avere dispiaceri tratta le catastrofi come fastidi, ma non trattare mai i fastidi come catastrofi.”

André Maurois

Una sera, in viaggio, mi confrontavo con Alberto – che ha partecipato come presentatore al secondo meeting italiano di Horizons Unlimited – e le sue parole sono state di grande supporto in un momento in cui la mia certezza ha vacillato, anche solo per qualche istante.

«Quello che è successo, quello che hai vissuto… beh, quello è il viaggio. Se dovessi intraprendere un’avventura con la certezza che vada tutto bene… starei a casa, perché non avrei nulla da imparare».

Avevo solo bisogno che qualcuno me lo ricordasse, e lui ha trovato le parole giuste. Perché potrò anche professarlo costantemente, ma siamo umani e i dubbi non aspettano altro che di vederci vacillare, per colpirci nei punti deboli. E, quando accade, è bello avere una solida rete di amici che ci ricordano il nostro valore e la nostra intraprendenza. Ma che, soprattutto, mettono in prospettiva tutto il male che ci è stato fatto, tutto quello che ci è stato detto, e ci aiutano a relegarlo nuovamente in un angolo. Perché non è vero, e perché siamo più che all’altezza di qualunque obiettivo ci siamo prefissati.

In direzione delle Alpi Albanesi

Mi trovavo nel nord dell’Albania, quando ho deciso che avrei provato ad andare in direzione di Theth. Il piccolo paese, nel cuore delle Alpi Albanesi, mi era stato descritto come un vero e proprio gioiello – soprattutto a livello paesaggistico – e così mi sono messa in marcia da Scutari per raggiungerlo. Sapevo che gli ultimi 25 chilometri, almeno, sarebbero stati di sterrato. Che poteva essere in buone condizioni, come no, a seconda del meteo e del numero di mezzi in transito. I video trovati online – non recentissimi – mi avevano permesso di farmi un’idea, così non mi restava che provare.

Con buonsenso, e occhio vigile, avrei capito fin dove spingermi. Essendo sola non volevo arrischiarmi troppo, ma non volevo nemmeno farmi frenare da paure irrazionali: avrei sempre fatto in tempo a fare dietro-front, e tornare sulla strada sicura.

Tutto è andato per il meglio: mi sono presentata all’imbocco del percorso alle 12 in punto, al momento dell’apertura (visti i lavori in corso la strada è transitabile solo fra le 12 e le 14), e mi sono fatta avanti senza paura. Tornanti, polvere, sassi, procedevo serena. Concentrata su quello che avevo imparato durante il corso di fuoristrada fatto, nel mese di marzo, alla True Adventure Offroad Academy, guardavo avanti e i chilometri passavano. Fino a quando non ho trovato un’auto azzurra, pochi metri davanti a me, che procedeva molto lentamente. Concentrata nel rispettare una ragionevole distanza di sicurezza, visto il fondo sconnesso, devo aver abbassato la guardia per un brevissimo istante. Un istante che è bastato per non guardare sufficientemente avanti, e notare un ramoscello lungo e sottile, che è finito sotto le mie ruote, facendomi scivolare.

Procedevo molto piano, e quindi non mi sono fatta nulla. Ho alzato la moto, e ho notato che la tanichetta da 2 litri che avevo riempito di benzina era stata schiacciata. La pressione aveva fatto aprire il tappo, dal quale era uscito tutto, ma non era così grave. L’avevo con me per precauzione, ma il serbatoio era pieno, e non avrei avuto nessun problema a tornare indietro. Ho respirato a lungo, per tranquillizzarmi, e poi sono saltata in sella. La pedalina del cambio era rientrata un pochino, ma sarebbe bastata una pinza per sistemarla. Era comunque utilizzabile, così ho messo in moto. Giusto il tempo di fare un metro, e il terrore di aver combinato qualcosa di grave si è fatto largo dentro di me.

La moto sterzava a sinistra, proprio mentre ero in discesa, e io non me la sentivo di andare avanti in quel modo. Al diavolo tutti i piani, a distanza ridicola dalla destinazione ho deciso di tornare indietro. Ma come avrei fatto, con una moto che – in quel momento ne ero convinta – non funzionava?

La bontà e l’inaspettato

Ed è qui che il viaggio è accaduto, perché aveva ragione Alberto. Proprio in quel momento, infatti, un’auto scura è arrivata nella mia direzione. Ne è sceso un ragazzo giovane, che parlava qualche parola di italiano e qualche parola di inglese. Gli ho spiegato la situazione, e non ha battuto ciglio.

È saltato in sella, e ha cominciato a scendere. Io, accanto all’uomo più grande che era con lui, ho iniziato a temere davvero il peggio: senza casco, su una moto che non conosceva nemmeno, ha iniziato a fare prove scomparendo dalla mia vista. Temevo che finisse già dal crinale della montagna, e con lui il mio mezzo che, accidenti a lui che cavolo era successo. Il signore, che doveva essere il padre, continuava a ripetermi “Ok, ok, NO PROBLEMA!”, ma il mio sguardo terrorizzato non deve averlo lasciato sereno. Così, ha aperto il marsupio che indossava sotto la maglia, per mostrarmi il passaporto e il fatto che avesse dei soldi. Probabilmente per farmi capire che era una persona onesta, e che nessuno di loro aveva intenzione di derubarmi.

In quel momento mi sono sentita malissimo, e ho cercato di scusarmi in tutti i modi. Lui non parlava inglese, ma credo abbia capito: temevo solo che succedesse qualcosa, non che non fossero persone oneste. Solo il fatto che si fossero fermati per aiutarmi – mettendo in pausa la loro vita, i loro impegni, il loro lavoro – mi convinceva che c’era bontà e generosità in tutto quello che stava accadendo. Era una lezione di fiducia che, in quel momento, probabilmente dovevo imparare.

«Sai guidare?»

Una volta tornato da noi, il ragazzo ha detto che sì, la moto sterzava un pochino a sinistra, ma che non era niente di grave. E che, se non me la sentivo, si offriva di portarmela nuovamente su, fino alla fine dello sterrato. «Ok, ok, NO PROBLEMA», ripeteva il padre, e un po’ ho iniziato a crederci anche io.

Fiducia. Incredibile come sia difficile affidarsi agli altri nelle situazioni ordinarie, e come invece sia facile farlo nei momenti di difficoltà. Mi sono avvicinata al ragazzo – avrà avuto la mia età – e gli ho allungato il casco mentre lo guardavo negli occhi. «Metti il casco, e stai attento. Mi raccomando, non farti male. E per qualunque cosa suona il clacson!». Lui mi ha sorriso, e mi ha risposto dicendo «Ok, tu guidi auto?».

Così mi sono tolta giacca, paraschiena, e mi sono seduta dal lato del guidatore. Ho alzato il sedile dell’auto, e trovato una posizione che mi permettesse di riuscire a vedere fuori. Ho inserito la prima marcia, e ho iniziato a risalire i tornanti, gettando ogni tanto lo sguardo allo specchietto retrovisore. La mia moto era lì, a pochi passi, e la tensione ha iniziato a svanire. Accanto a me, il signore alternava lunghi momenti di silenzio al suo ritornello preferito. Poi mi sorrideva, ogni tanto mi indicava il punto giusto in cui passare e si complimentava per la mia bravura al volante.

Mi ha chiesto se fossi da sola, e ha iniziato a raccontarmi della sua famiglia. Credo davvero che il ragazzo fosse suo figlio, e che in totale ne avesse tre. Ha aggiunto anche qualcosa d’altro, e spero non fosse una proposta di matrimonio combinato con qualcuno di loro. Perché nei Balcani mi è già successo moltissime volte, ed è sempre difficile spiegare che non desidero sposarmi, ma girare il mondo in sella alla mia moto. Di solito finiscono per guardarmi con occhio stranito, lasciando morire la proposta con l’ennesimo «Khava?».

Tanto rumore per nulla

Arrivati all’inizio dell’asfalto, sono tornata in sella alla moto e mi sono resa conto che, davvero, il problema che mi aveva gettata nell’inquietudine era una cosa ridicola. Ho percorso i 40 chilometri di rientro fino a Scutari tranquillamente, piegando leggermente il braccio sinistro per adattarmi alla nuova posizione. Mi sono pentita, per un istante, di non aver proseguito verso la mia meta, e di non aver ragionato a mente lucida. Mi erano bastati 20 minuti per  far dissolvere i timori, ma laggiù, sul tornante, la prospettiva mi era sembrata ben diversa. Sarei restata a Theth due giorni – l’intenzione era di fare un po’ di trekking – con il pensiero costante della salita, e del problema da risolvere, così ho seguito la pancia e ho cercato subito una soluzione.

Arrivati a Scutari, abbiamo trovato un Auto Servis che in due minuti ha risolto tutto. Ha dato un’aggiustata all’assetto delle forcelle, che con la scivolata dovevano essere andate leggermente fuori asse, ha sistemato il pedale del cambio e ha dato una martellata alla piastrina del cavalletto laterale, che si era leggermente incurvata.

Mentre osservavo il meccanico, anche lui giovanissimo, mi rendevo conto di quanto fosse bello trovare persone disposte ad aiutarci nel momento del bisogno. Del fatto che, comunque, non avevo nulla da rimproverarmi: avevo usato la testa, ero stata prudente e l’imprevisto non è qualcosa che possiamo controllare, se nel fare le cose ci mettiamo sempre buonsenso e maturità.

Ci è voluto un po’ di tempo, il supporto degli amici nei momenti di forse e ancora qualche mese di viaggio per convincermi a non ascoltare quelle brutte voci che ogni tanto sorgono dal fondo della mia testa, solo quando le cose non scorrono lisce come l’olio. Per ricordarmi che, noi viaggiatori, non siamo supereroi, ma solo persone che dimostrano totale fiducia negli altri e un inguaribile ottimismo. Anche nei confronti di noi stessi, nei limiti che esistono, ma soprattutto in quelli che non esistono.

Grazie a Françesku, a suo padre, e a tutte le persone buone incontrate durante questi 66 giorni di viaggio.



 

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