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La stazione di servizio dei desideri

La stazione di servizio dei desideri

Stavo tornando verso casa, qualche giorno fa: la malinconia aveva iniziato a farsi spazio già quando mi ero accorta che le montagne erano sparite, e che gli specchietti della mia motocicletta riflettevano un cielo limpido, non increspato dalle vette.

Per qualche chilometro mi ero ostinata a guardarmi alle spalle, aspettandomi di vederle comparire all’improvviso, ma poi mi ero dovuta rassegnare. L’orizzonte si era fatto piatto, e mentre guidavo lungo la Transpolesana non riuscivo a mettere ordine alla sensazioni che sgomitavano dentro di me.

Ero in pace, ferma nella consapevolezza di quello che dovevo fare, ma allo stesso tempo scalpitavo nell’attesa che il tempo si mettesse a correre. Perché le risposte da attendere sono quelle più faticose, visto che non puoi far nulla per raggiungerle se non armarti di decisione e pazienza. E io, a stare ferma, non sono tanto brava.

Ho lanciato uno sguardo veloce sulla mia destra, mentre sorpassavo San Giovanni Lupatoto e una nuvola di ricordi fastidiosi: è bastato un attimo per vederli sfumare, mentre tornavo a fare ordine e a concentrarmi sulle canzoni che mi solleticavano le orecchie.

Ho guidato a lungo cantando dentro al casco, ma qualche chilometro prima di Rovigo sono stata fulminata da un ricordo. Un ricordo che era un’immagine, un sapore, una sensazione ben precisa. E un luogo vicino. Così ho continuato la mia marcia, sapendo che me lo sarei trovato sulla destra, prima di immettermi verso l’autostrada.

«C’è una stella su nel ciel
che ogni sogno può appagar
»

Era l’inizio di novembre del 2016, me lo ricordo come se fosse ieri. Ero partita da Brescia e mi dirigevo in Emilia-Romagna quando, ad un certo punto, decisi di fermarmi in quell’ultima stazione della Transpolesana per fare rifornimento. Dopo aver fatto il pieno ho spostato la moto vicino all’ingresso del bar, mi sono levata il casco e sono entrata. Era una fresca giornata autunnale, ma il pomeriggio era rischiarato da una luce tiepida che rendeva piacevole ogni chilometro. Avevo voglia di un caffé e di qualcosa di dolce, e quindi mi sono avvicinata al banco, ho fatto la mia ordinazione e poi ho scelto un biscotto dal vassoio.

Ricordo di essermi seduta ad un tavolino e di essere rimasta qualche secondo ad osservare, dalla vetrina, le macchine che correvano lungo la strada, prima di abbassare lo sguardo sulla merenda. E, non so per quale preciso motivo, sulla casella mail del mio cellulare.

Degli attimi appena successivi conservo un’immagine nebulosa, ma credo di essermi congelata per qualche secondo, con la frolla al cioccolato a mezz’aria, vedendo che tra i messaggi non ancora letti ne spuntava uno particolare. Uno che attendevo da mesi, e nel quale non avevo smesso di riporre speranze, anche se dai casting fatti a Roma erano passati mesi. Per non provare l’amara delusione di non poter tenere fede ad una promessa fatta diciotto anni prima avevo infilato il desiderio in un angolo silenzioso della mente. Anche se ogni tanto tornavo a pensarci… e a sperare.

E avevo fatto bene, visto in quel giorno di inizio novembre qualcosa, improvvisamente, è cambiato.

«Papà, vado a Disneyland!»

Il mio sogno aveva sì fatto un coraggioso salto nel vuoto, ma aveva anche trovato un appiglio solido: il fatto che ci avessi creduto davvero. Che fossi nel momento giusto della mia vita per tentare, e per non avere vergogna di quello che desideravo.

Avevo sei anni quando, vedendo sfilare la magia, avevo desiderato di farne parte anche io, un giorno. Dovevo aver pensato che la gioia negli occhi delle persone che mi circondavano fosse l’ingrediente segreto della felicità, e che se dovevo davvero lavorare… allora volevo farlo nutrendo i sogni, e la fantasia.

Quel giorno, a pochi chilometri da Rovigo e mentre il sole si abbassava sulla striscia d’asfalto, la vita mi ha ripagata. Ricordandomi che le emozioni che provavo dovevano per forza avere una ragione, e che le storie con le quali ero cresciuta mi avevano insegnato tutto il bello dell’esistenza, e ciò che conta davvero.

L’emozione nella voce di papà, quando l’ho chiamato per raccontargli della notizia, non è stata che l’ennesima conferma. Ero sulla strada giusta.

 

Da allora quella stazione di servizio ha per me un significato speciale e così, l’altra sera, al ritorno dalle vacanze, mi ci sono fermata per qualche istante. La serranda era abbassata e non c’era profumo di caffè, ma la sensazione è stata la stessa: la malinconia si è dissolta, e i sogni sono tornati a fluire.

Basta continuare a crederci.



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