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Sarajevo era una città muta

Sarajevo era una città muta: il suo silenzio spettrale, fatto di sussurri, passi veloci e corse cieche, era interrotto solo dal fischiare delle granate sulla città. Calavano dalle montagne, da quei picchi di roccia coperti di neve, mentre tutto intorno la vita si nascondeva ma continuava a battere, più forte della devastazione.

 Alessandro osservava la città circostante dalla finestra di Hasana Kikića: contemplava il silenzio dietro un vetro che non esisteva più, andato distrutto durante uno dei tanti colpi casuali. Un proiettile dei cecchini serbi sparato dall’alto di un appostamento nemico a Trebević aveva preso proprio la finestra della sua camera. Da allora, nella casa della famiglia Vrabac – dove da qualche mese risiedeva, invece di rifugiarsi all’Holiday Inn insieme ai suoi colleghi giornalisti – la paura si era fatta ancora più densa.

Tutta Sarajevo, e lui con la città, era paralizzata nella morsa di un tempo che sembrava non scorrere, in una parentesi di vita congelata.

 Nel corso degli anni aveva imparato a scavare la realtà da dietro al mirino della sua macchina fotografica: era l’unico strumento che aveva per rallentare il corso degli eventi, e per portare avanti una missione con la storia che non poteva ignorare. Ogni tanto gli capitava di ripensare alla sua vita in Italia, ed era una lotta continua contro la malinconia e la sensazione di non fare abbastanza. Quando, però, impugnava il corpo macchina, tornando a grattare la scorza dell’orrore, il ricordo si faceva improvvisamente flebile. Erano lì, le pagine da raccontare ora, e il suo compito era fare in modo che fosse impossibile negare quello che stava accadendo.

La prima cosa che sentì fu un fischio, poi vennero il boato e le urla: in Ulica Maršala Tita il caos iniziò a diffondersi come una nebbia fitta. C’erano persone che correvano, auto che si mettevano in moto verso nord, dirigendosi verso l’ospedale di Kosevo trasportando corpi e feriti: il sangue aveva macchiato il pavimento sotto alle bancarelle del Markale e l’innocenza di chi ancora sopravviveva in quell’inferno. Alessandro ci si trovò dentro e, come gli era capitato altre volte, sentiva il peso della vergogna gravargli sulle spalle: montato il teleobiettivo con un gesto rapido scattò qualche fotografia alla popolazione in fuga. C’era rabbia infinita, in quegli sguardi, e poi c’erano le domande: mai come in quel momento si era sentito lontano dalla realtà in cui era immerso da mesi, e per un momento il desiderio di essere altrove lo paralizzò. Fermo, in una rientranza del palazzo in cui si era ritrovato insieme ad una decina di altre persone, non poté che lasciarsi colpire dai ricordi. Gli avvenimenti del 5 febbraio del 1994 si erano appena impressi sulla pellicola con una serie di scatti sequenziali, ma i visi che componevano la sua famiglia – nonostante la distanza – erano sempre lì, nell’angolo della mente destinato alle memorie vivide.

 

“Devi proprio andare, papà?”

La voce di Francesco era un bisbiglio leggero, ma deciso. Ormai era abituato a vederlo partire, ma ogni volta, dentro di lui, conservava la speranza che il padre, magicamente, cambiasse idea.

Alessandro lo fissò, mentre infilava il giubbotto antiproiettile nello zaino, e gli rispose che sì, non poteva rimanere. Avrebbe voluto spiegargli che a Sarajevo la guerra non conosceva battuta d’arresto, e che le storie da raccontare erano ancora molte, ma tacque: per paura, forse, o per rispetto. Gli occhi limpidi di suo figlio lo guardavano con severità e dolore, e lui non poté che sentirsi piccolo di fronte a tanta rassegnazione.

 

Anni dopo sarebbe arrivato alla cinica conclusione che le Olimpiadi siano sempre l’inizio della fine, il segno di un cambiamento imminente e pronto a detonare con violenza.

Nel 1984, quando era arrivato in Bosnia per la prima volta, con lo scopo di seguire i Giochi Olimpici, era un giovane giornalista e quella città, avvolta dalle montagne, l’aveva subito colpito con la sua bellezza fatta di incontri e contrasti.

A poche ore dall’inizio della grande manifestazione ancora mancava la neve, e Vuchko, la mascotte che doveva ispirare tenerezza e simpatia, tutto ad un tratto si era fatta quasi minacciosa. Era lì, l’emblema del lavoro volontario di migliaia di persone, a ricordare a tutti loro che il sogno poteva anche andare in frantumi, che quella piccola nazione poteva rivelarsi inadatta alla portata dell’evento sportivo invernale più importante al mondo.

Alessandro si aggirava per Ferhadija, con la propria appendice meccanica al collo, mentre calava la sera: l’aria invernale di Sarajevo era piena di aspettative, di nasi all’insù. Aveva quasi l’impressione di poterla tagliare, quell’attesa, e allora avvicinò il mirino all’occhio e iniziò a scattare.

Una ragazza dai capelli scuri era seduta sui gradini della Sebilj e leggeva, incurante del fermento tutto intorno a lei. Fu solo quando iniziarono a cadere i primi, grossi, fiocchi dal cielo che alzò gli occhi verso le nuvole e aprì le labbra in un sorriso pieno di grazie.

Quando Sanja cantava in lei si muoveva la Bosnia intera: era come se la musica affiorasse da dentro la sua anima, sgorgando in una melodia bassa, cadenzata, che sapeva di storie passate.

Dopo quel giorno alla Baščaršija, con la sua placida serenità in mezzo alla folla di sarajeviti urlanti, l’aveva incontrata ancora. Per caso, il giorno dopo l’inizio delle Olimpiadi, in un locale di Novo Sarajevo, in cui era andato con alcuni colleghi per documentare quei giorni straordinari. Avvolta dalle luci, con i lunghi capelli scuri che le ricadevano ai lati del viso, oscillava insieme alle parole della canzone che riempiva l’aria. Nessuno fiatava, mentre sul palco la dea continuava a danzare, raccontando favole antiche e svelando misteri: solo Alessandro aveva avuto il coraggio di alzarsi e avvicinarsi al palco. Da dietro l’obiettivo aveva osservato la sua anima, mentre gli occhi sembravano dire grazie nello stesso modo in cui l’avevano fatto le labbra pochi giorni prima, quando era convinta che nessuno stesse guardando nella sua direzione.

Quegli undici giorni furono come una vita intera, fatta di calore, scoperta e accettazione: il giorno della vittoria di Paoletta Magoni esultarono insieme, e Alessandro e Sanja trascorsero la serata ballando, bevendo rakija e girando per il vecchio centro, ubriacandosi di sguardi.

Era notte inoltrata quando arrivarono a casa di lei: dalla finestra della camera da letto la vista precipitava sulla città sottostante, mentre la luce rossa intermittente della torre Hum segnalava la presenza di uno spazio reale fuori da quelle quattro mura. Loro, però, erano già lontani anni luce dal mondo esterno: si strinsero l’uno all’altra e la geografia scomparve, insieme al tempo e ad ogni sua corsa.

Alessandro si svegliò solo a notte fonda: Sanja giaceva sul fianco, con un braccio mollemente proteso verso di lui. La guardò per lunghi istanti, mentre i capelli scuri sparsi tutti intorno a lei disegnavano geometrie misteriose sulle lenzuola candide. Bastò un attimo per togliere la macchina dalla borsa, premere sulla levetta di avanzamento della pellicola e mettere a fuoco il calore di quel corpo vicino: scattava, e dentro di lui sperava solo che il 35 millimetri fosse in grado di rendere immortale la pace che ispirava quell’amore folle e improvviso, mentre si alzava in volo e volteggiava sopra la città avvolta nel silenzio.

Non sapeva perché il ricordo di quel passato fosse improvvisamente piovuto su di lui in maniera tanto violenta: se lo chiedeva mentre la giornata moriva e il freddo sole invernale calava dietro le montagne, tingendole di venature insanguinate. Il terribile attentato al mercato l’aveva sconvolto, riproiettandolo con spietata crudeltà nella realtà della guerra, ma probabilmente era stata la ragazza che aveva fotografato mentre correva via dall’orrore a ricordargli Sanja e quei giorni di comprensione e assenza di domande.

Era come se all’immagine più cruda della morte, che gli riempiva gli occhi e la mente da ore, si fosse improvvisamente affacciato un ricordo pulsante, ma altrettanto doloroso. Sanja fuggiva dal Markale e cantava il suo canto della Bosnia libera, mentre lui si richiudeva in se stesso e cercava di non annegare nei ricordi e nell’atrocità dell’oggi. Forse era ora di tornare a casa, e di aggrapparsi a quelle poche certezze che aveva saputo costruire in quegli anni lontani da Sarajevo. Magari avrebbe anche trovato il coraggio di sviluppare il rullino del febbraio 1984 che giaceva abbandonato in un cassetto, insieme ai tanti ritagli di giornale che, raccolti negli anni, raccontavano la storia di un canto basso e cadenzato che aveva saputo raggiungere le vette e i cuori di tanti, ovunque nel mondo.

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