• Menu

«Viaggio per avere la sensazione di fare la cosa giusta»

Non sono la sola a viaggiare, in questo mondo che vive di cambiamento e continua trasformazione. Di persone come me, irrequiete nel fondo dell’anima, ne ho conosciute molte, ed ogni incontro ha sempre significato qualcosa.

Grazie a queste persone ho compreso che l’emozione dello spostamento è un tarlo comune. Che va capito, accettato… e diffuso nel mondo.

Oggi a parlare di viaggio – e di ricordi straordinari – sarà Matteo Nanni. Riminese, classe 1983, si muove da anni in sella ad una Honda Transalp del 2003. E per ora non sembra avere voglia di fermarsi. Anzi.

 

Credi che il viaggio sia un desiderio innato, che non dipende dalla cultura o dall’educazione della famiglia, o invece credi che la sete di movimento sia qualcosa che ci viene insegnato, qualcosa che è frutto di un certo modo di vedere la vita che deriva dal vissuto dei genitori? Insomma, il viaggio è un esempio che tendiamo a replicare o una reazione alla sua assenza?

Io non sono cresciuto in una famiglia in cui l’esperienza del viaggio era considerata la norma. Non ne faccio una colpa a nessuno, ma le priorità erano diverse: i miei genitori si erano costruiti una vita e una professione partendo da zero, provenendo da un luogo diverso, e la loro esistenza è stata sempre legata a quello. Al lavoro e alla linearità, senza mai allontanarsi troppo da casa.

Ora che potrebbero viaggiare, perché sono in pensione e i figli sono grandi, però, non lo fanno. E, per quanto possa arrabbiarmi per questo, la verità è che mi sono reso conto che spesso, da adulti, si arriva a perdere quella spinta emotiva che dovrebbe invogliarci a partire. Al di là della stanchezza fisica, che con gli anni è normale che aumenti, in tanti casi a trattenere è proprio quel qualcosa di incrinato a livello emozionale. Una volta adulti non abbiamo più voglia e curiosità di attendere l’ignoto, e ci limitiamo a vivere quello che già conosciamo.

Con i miei genitori ricordo una vacanza al Monte Bianco, in Valle d’Aosta, ma niente di più. Ho iniziato a viaggiare con mio fratello perché anche lui, come me, aveva iniziato ad avvertire un bisogno di movimento che non ci era stato insegnato, ma era emerso naturalmente, e andava soddisfatto.

 

Proprio di questo volevo confrontarmi con te. Raccontami il primo vero viaggio di cui hai memoria e l’immagine che evochi quando ripensi a quell’esperienza.

Quel primo viaggio lo collego, prima di tutto il resto, ad una sensazione. Hai presente quando, negli anni della crescita, inizi a muoverti in bicicletta, e poi in motorino? Quando, piano piano nel tempo, inizi a spingerti sempre più lontano nel quartiere perché hai sete di vedere oltre?

Era il 2004 e, insieme a mio fratello, ho intrapreso un viaggio di tre settimane zaino in spalla in India e Nepal. La notte prima della partenza ero così eccitato che non ho dormito per l’emozione. Ora l’immagine legata al viaggio è cambiata: l’euforia è stata sostituita dalle domande, dall’ansia e dal timore che qualcosa, nella mia organizzazione, vada storto.

 

Parlando di sensazioni: c’è stato un momento, anche nei viaggi successivi, in cui hai incontrato una situazione così bella, o provato un’emozione così grande, da spingerti a pensare che avresti voluto continuare a viaggiare all’infinito?

Ho ammesso di essere cambiato molto, nel corso del tempo e nei confronti del viaggio, ma di una cosa rimango strenuamente convinto: che con il tempo a disposizione, e il giusto atteggiamento, potrei fare grandi cose.

Man mano che esploravo il mondo, e crescevo, ho iniziato a capire che il viaggio era in grado di trasmettermi qualcosa che non avevo mai provato: la sensazione di star facendo la cosa giusta. Qualunque cosa fosse, e ovunque la stessi facendo, ho capito che, nella vita, devo trovare il modo di continuare lungo questo percorso. Dando spazio alle emozioni positive trasmesse dal movimento e dalla conoscenza. Spesso mi fermo a pensare, e mi interrogo su quello che mi succederebbe se stessi via sei mesi. Quello che ho dentro, in cosa si trasformerebbe?

 

Quindi il tempo è il vero segreto per vivere il viaggio.

Sì, ed è in questa direzione che mi sto muovendo, anche nella mia vita. Perché una volta compreso questo concetto, non si torna più indietro.

Quando ho acquistato la mia motocicletta, nel 2009, l’ho fatto per la mera necessità di avere un mezzo di trasporto. Ho iniziato a viaggiarci davvero nel 2011, e da allora il percorso – anche interiore – non ha mai subito battute d’arresto. Se i primi anni sono stati un lavoro continuo, mi sono reso conto molto presto che migliorare l’approccio al viaggio cambiava anche tutto il resto. Soprattutto a livello umano, di scambi e condivisione.

Il tempo, insomma, permette all’esperienza di lavorare nel corpo e nella mente come nessun’altra cosa è in grado di fare.

 

Anche in viaggio, però, possiamo attraversare alcuni momenti difficili: c’è stata una volta in cui hai desiderato essere altrove, magari a casa? Hai mai pensato che il viaggio che stavi facendo non valesse tutta quella fatica?

I momenti duri non mancano, è vero, però mi sono reso conto molto spesso che queste difficoltà erano dovute, in gran parte, al fatto che stessi facendo le cose in modo sbagliato. Non viaggiavo con la mente libera, ed era per questo motivo che avevo la sensazione di star buttando via il viaggio.

Mi è capitato anche in Mongolia, durante una delle ultime avventure: dopo una giornata che ho subito additato come completamente da rifare, ne sono seguite altre pazzesche, che sono valse ogni fatica e malumore.

Il viaggio fa anche questo: ti mette nell’ottica di capire che alti e bassi fanno parte del gioco. Quindi lascia alla sensazione il tempo di agire, e il giorno dopo riparti da 0, anche con la testa.

 

Se dovessi tirare una somma di quanto vissuto fino ad ora, per delineare il tuo futuro… Cosa pensi che ti aspetti?

Non posso saperlo con chiarezza, assolutamente, ma il viaggio mi ha fatto capire che l’unica via percorribile è l’accettazione di quello che ci potrebbe succedere. Per strada, a casa, e nei rapporti con le persone. Ho imparato a filtrare le frequenze che ci disturbano, e ad affidarmi alle sensazioni.

Nella vita di tutti i giorni non è facile, ma ho fatto una promessa a me stesso. La grande paura del futuro ci porta a non vivere il presente, e io non voglio che mi accada questo. Ora voglio solo interrogarmi su come giocare al meglio le mie carte: per realizzare tutti i sogni covati nel tempo, per allontanare e preoccupazioni e dischiudere, di fronte a me, tutte le possibilità che la vita ha da offrirmi.

Segui Matteo sulla sua pagina Facebook e su Instagram!

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

18 comments