Vive la révolution! - La bionda sulla Honda
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Vive la révolution!

Parigi, oggi, è di nuovo in fermento. Poco importa che i 40 giorni di sciopero generale siano finiti da meno di una settimana: il Governo non ha intenzione di mollare nessuno dei punti al centro della discussione, e i cittadini hanno ancora meno intenzione di perdere di vista i propri diritti. Così oggi la città si è svegliata e ha deciso di continuare a manifestare. Contro la nuova riforma delle pensioni, in primis, ma anche contro un futuro che – per molti, moltissimi – si prospetta tetro.

La verità è che non importa, osservandola da occhi esterni, se questa riforma sia o meno corretta. Quello che si vede, dall’esterno, è una popolazione stretta per lo stesso obiettivo. Non è mio compito sindacare se le scelte di Macron, e del suo così poco amato governo, siano o meno condivisibili: quello che colpisce è la forza con la quale un Paese si sta opponendo a scelte ritenute collettivamente sbagliate. E, da italiana in terra francese, questo non può che farmi riflettere su molte cose.

È una rivolta? No Sire, è una rivoluzione

Dico sempre che la Rivoluzione Francese, o l’insurrezione repubblicana del 1830, con le sue barricades, non sarebbero potute nascere altrove, e non è un modo di dire superficiale. Perché, dopo anni in questo Paese e dopo tante esperienze, ho maturato l’idea che le persone, qui, abbiano una tempra diversa. Che si tratti di persone non disposte a farsi mettere i piedi in testa, che non hanno paura di farsi valere, quando si tratta di salvaguardare se stessi e il bene comune.

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Questi 40 giorni di sciopero rigidissimo, che ha messo in ginocchio un’intera città, sono stati la dimostrazione che uniti si può veicolare un messaggio. Che, grazie alla forza dell’unione, un Paese più ribellarsi contro le scelte imposte dall’alto e cercare di cambiare le cose.

Vorrei che avessimo la stessa fierezza anche in Italia, e soprattutto la stessa coesione. Vorrei che non ci trincerassimo dietro agli slogan, e alle insurrezioni fatte di sole parole. Sarebbe bello che, dalla Francia, imparassimo la caparbietà che ci vuole per non dimenticarsi dei propri diritti, e farsi valere, costi quel che costi. Nel loro avanzare insieme vedo qualcosa che in Italia credo manchi: l’essere cittadini consapevoli e pronti a mettersi in gioco. Perché l’unica cosa a contare non è il nostro personale orticello, ma il grande giardino botanico a disposizione di tutti. E vale la pena combattere per preservarlo.

Abbiamo tanto da ricostruire

Quando penso al mio Paese non ho dubbi: è una terra straordinaria, forse la più straordinaria al mondo. Non importa, però, che sia terra di conquiste e storia, di tradizione e imperi. È un angolo di mondo bistrattato, nel quale siamo lasciati da soli a cercare soluzioni e nel quale vediamo le nostre speranze affossarsi. Perché nulla sembra funzionare come dovrebbe, e l’impressione è quella di vivere in un luogo in cui tutto quello che si fa o non è mai giusto, o non è mai abbastanza?

Dietro la cattedrale di Notre-Dame si erge la gru più grande d’Europa e, nonostante le molte discussioni in merito, i lavori procedono a spron battuto. Perché, al contrario, nel nostro Abruzzo la situazione è ancora quella che è? Che ne è del rispetto della vita di migliaia di persone?

 

Che il mondo dei potenti sia un universo di ingiustizie e crudeltà è un dato di fatto, ma perché in più di 150 anni di storia unitaria non abbiamo mai imparato a saltare in piedi sulle macerie e a gridare il nostro scontento? Oppure, se lo facevamo, perché abbiamo smesso e perché non siamo più in grado di unirci, contro l’ingiustizia?  Perché non vogliamo più far tutelare la nostra vita, il nostro lavoro, perché non siamo più in grado di fare squadra con le persone accanto a noi e abbiamo iniziato a pensate in maniera egoistica?

Perché contribuiamo a creare un Paese in cui non esiste una forza collettiva, ma solo decine, migliaia di voci dissidenti ma troppo spaventate per fare qualcosa di realmente concreto?

Non so dove mi porterà la vita, e se nel lungo periodo la mia casa potrà essere nella mia terra natìa: ora come ora mi verrebbe da dire di no, perché guardo all’Italia con lo sguardo malinconico di chi si sente, in qualche modo, tagliato fuori. Con lo sguardo di chi vorrebbe tendere la mano per creare un cordone di persone disposte a marciare per qualcosa che ancora non c’è, e invece si ritrova solo. Mi piacerebbe che nella mia bella Italia bruciasse un po’ di quello spirito rivoluzionario che vedo qui, quando i dipendenti del Musée du Louvre bloccano l’accesso alle sale per protesta, o quando cantano a squarciagola all’ombra della Piramide. Quando le metropolitane vengono bloccate, la vita normale della metropoli congelata e si ricorda a ognuno – Governo compreso – che tutto parte dal basso. Dal singolo che non è più singolo, perché lui sì che ha trovato mani tese, ed è dalle tante mani tese che nasce la rivoluzione.

 



 

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