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Il valore del lavoro, e della vita

Quando si è avvicinata la giornata stava finendo, ed era il momento in cui la coda dell’occhio finiva spesso sul piccolo orologio nella parte bassa del tabellone del binario 3. Avanzava con passo deciso, stringendo fra le dita la confezione di una maschera per capelli, e non ho potuto non notare la giacca verde che indossava. Era slacciata ed ampia, e le cadeva addosso quasi con stanchezza, mentre terminava sui polsi con due spesse strisce rosse. Quando è stata vicina mi ha rivolto un sorriso sincero, chiedendomi un consiglio su quello che stava acquistando. Non ricordo cosa sia successo poi: deve essere bastata la molla della gentilezza a farci andare ben presto oltre il discorso puramente professionale, e distruggere gli argini di un fiume pronto a strabordare.

O forse fra sguardi smarriti ci si capisce, chissà, sta di fatto che abbiamo iniziato a parlare, e non so come ci siamo ritrovate a discutere di lavoro, di ritmi, di vita e di tempo.

Era giovane, molto giovane, e mi ha sorpreso scoprire che fosse entrata nelle Ferrovie a 18 anni, appena dopo il diploma e con una tassa universitaria già pagata. Ora di anni ne ha 24 – anche se ha lo sguardo della consapevolezza di chi sa cosa vuole, e di chi è cresciuto davvero -, fa ancora lo stesso mestiere ma non smette di interrogarsi, di chiedersi se quella che porta avanti ogni giorno sia la scelta giusta.

Veniamo da due realtà ai poli opposti, eppure ci siamo ritrovate spalla contro spalla nel mezzo del discorso, a farci la stessa domanda.

Io ho sempre vissuto un lavoro, in questi quattro anni, di totale precarietà, e se da una parte mettevo impegno e tanta elasticità, dall’altra quello in cui confidavo era un minimo di certezza. Mi arrabattavo – e continuo a farlo – per riempire di stabilità le mie giornate, ma quello che mi sono resa conto di avere ottenuto fino ad ora nel nostro Paese è una vita di corsa e ricerca disperata. Di ideali meravigliosi e tentativi che non pagano in termini economici, di dignità e di tempo.

Parlo di un settore, quello del giornalismo, la cui essenza più vera è ancora poco conosciuta ai più. E a conti fatti è bene così, perché inorridirebbero. È una realtà fatta di elemosina (del lavoro), di non orari, di disposizione ad annullare impegni e programmi pur di ottenere l’incarico di un pezzo giornaliero che, alla fine di tutto il lavoro, ti corrisponderà 10 euro lordi.

È una realtà che potenzialmente ti lascia il tempo, ma è un tempo non desiderato: perché durante il giorno vorresti avere il lusso di lavorare con regolarità e impegno, e invece ti ritrovi senza nulla da fare perché quel giorno no, non c’è niente per te. Ogni evento è stato coperto e alla fine del mese l’inattività forzata si traduce in 256 euro netti, fotografie comprese. E allora l’unica cosa che puoi fare è incastrare lavoro precario su lavoro precario, togliendo tempo al tempo, perdendo il concetto di weekend, tempo libero, e il lusso di poterti permettere un hobby, un passatempo.

Perché questa è la cruda realtà dei fatti, e se in questi anni sono riuscita a viaggiare è perché ho abitato a casa con i miei genitori fino allo scorso anno, e questo mi ha dato modo di mettere da parte un po’ di risparmi. Dandomi il tempo di crearmi il mio personalissimo “cuscino”, per poi cercare di spiccare il volo.

Un volo che, però, non potrà durare ancora a lungo, ma che mi ha dato modo di osservare la realtà dall’alto, facendomi capire che no, che questa non è la vita che voglio.

Lei, allo stesso modo, si è detta stufa del compromesso, di non farsene niente della certezza del lavoro, dello stipendio altissimo, se poi non ha modo di vivere come una persona normale. Che ha tempo di esistere anche in relazione agli altri, alle cose che desidera tanto fare, e non girando come una palla impazzita alla ricerca di un appiglio.

“Cosa me ne faccio di 3mila euro al mese se non ho neanche il tempo di spenderli?” mi ha chiesto, incalzante. “Ci sono miei colleghi che a 25 anni hanno già finito di pagare il mutuo, ma questa è l’unica cosa che possiamo fare. Io non voglio arrivare a 50 anni e aver passato la mia vita a lavorare, comprando case dove non ho nemmeno davvero modo di vivere”.

 Ci siamo guardate, a questo punto del discorso, rendendoci conto che da qualsiasi punto lo si osservi, in questa situazione, il denominatore comune non cambia. Se da una parte c’è il movimento verso un tempo da riempire giorno per giorno, e la ricerca di strumenti per vivere pienamente e secondo i desideri, dall’altra c’è una vita fatta di costanza e guadagno, ma che però non lascia spazio all’esistenza vera.

Aveva dei bei capelli, folti e del colore del caramello scuro, che le ricadevano sulla spalla sinistra in onde soffici: li guardavo per distogliere un attimo l’attenzione dallo sguardo che in alcuni momenti trasmetteva decisione, giusto un secondo prima di cadere nel limbo dell’insofferenza e dell’interrogativo. Abbassavo gli occhi perché ero d’accordo con tutto quello che diceva, e perché temevo di trasmettere le stesse paure.

“Vado avanti per lo stipendio: non c’è nulla di poetico in questo, lo ammetto, ma è l’unica ragione che mi permette di guardare dritto davanti a me – ha ammesso alla fine -. Ma non potrà durare in eterno, questa vita di ritagli“.

Non sono stata in grado di dire nulla, in quel frangente, se non che ero d’accordo con lei, e che questo confronto inaspettato non aveva fatto che rinforzare la certezza che nutro ormai da mesi.

Che le aspirazioni vanno coltivate, ricercate e che questo è prima di tutto un dovere morale verso noi stessi. E che però, allo stesso tempo, un occhio lucido e razionale è l’unico strumento che abbiamo contro l’insoddisfazione e il risentimento.

Che può nascere sia quando la nostra dedizione non si traduce in dignità, e nella prova concreta che il lavoro – anche creativo e di intelletto – ha un valore, che quando ci rendiamo conto che la nostra esistenza vale molte migliaia di euro in più di quelle che guadagniamo a scapito di giorni pieni di tante cose, e non solo di lavoro.

Quando se ne è andata dal negozio sono rimasta in silenzio per qualche minuto, a pensare a tutto quello che ci eravamo dette e a come vorrei mettere in pratica questa nuova consapevolezza nei mesi a venire.

Credo di aver intrapreso la strada giusta, e non è una sconfitta. Appendere qualcosa al chiodo e aprirsi a nuovi stimoli non è un fallimento: ci ho messo un po’ di tempo a capirlo, qualche ora di riflessione in viaggio e anche qualche lacrima. Ma va bene così, perché la vita è troppo vera per attaccarsi con le unghie a ideali vuoti e all’umiliazione di non saperci liberi di scegliere. Anche solo di ritagliarci il tempo, e averne il modo, di fare qualcosa che avremmo sempre voluto.

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