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Mi sono ritirata alla mia prima gara di enduro

Quando ho scoperto che una tappa del Campionato Regionale Enduro si sarebbe disputata nel mio allegro paesino a due passi dal lago d’Iseo ho pensato che fosse illegale tirarsi indietro. E pazienza se si sarebbe tenuta 3 giorni prima della partenza per la Gibraltar Race: si trattava solo di smontare il porta Roadbook, la strumentazione da Rally e far tornare la mia piccola Beta X-Trainer 250 alla sua (quasi) configurazione originale.

La mia prima gara di enduro

Quest’anno ho deciso di mettermi alla prova con le gare. Ve lo avevo raccontato nella presentazione del progetto “Le coordinate dell’avventura”, e tutti gli step di quel percorso li sto effettivamente percorrendo.

Con alle spalle quattro tappe dell’Italiano Motorally, ho pensato di avere la preparazione sufficiente per disputare una gara di Regionale Enduro. Consapevole che sarebbe stata una grande sfida, emozionata, non ho preso la competizione sottogamba e ho fatto tutto quello che si fa in queste situazioni: dalla ricognizione del percorso, con molta attenzione, al lavoro sul mindset.

Perché, come dicevo in quell’articolo, la vera sfida per me è vincere la paura di essere giudicata, e di fare qualcosa di sbagliato quando qualcuno è lì per osservare la mia performance e valutarmi. Così sono entrata nella prima speciale con passo cauto, ma lucida. Volevo prendere le misure e poi avrei alzato l’asticella della velocità dal secondo giro in poi.

Peccato che le cose siano andate un po’ diversamente…

Galeotto fu il trasferimento

Non mi ero esageratamente allarmata, leggendo le indicazioni che il Motoclub organizzatore della tappa ci aveva lasciato in sede di verifiche amministrative: al Motorally tendono a drammatizzare un attimo i toni, per evitare che i piloti abbassino troppo la guardia. In questo caso, invece, temo sia andata esattamente al contrario. Quella che era segnalata come una salita un pochino più impegnativa, rispetto al resto, si è rivelata una mulattiera sassosa – lunghissima – che non ne voleva sapere di terminare. Una bella impresa, sulla quale ho rotto la leva del freno anteriore (prontamente sostituita) e ho disperso qualche litro di sudore.

Fortunatamente i ragazzi dello staff si trovavano lungo il percorso, e sono riusciti a darmi un aiuto fondamentale per arrivare in cima. Una volta in vetta, e sceso il colle per un ripido single track, mi sono guardata le braccia che tremavano e ho pensato che no, 3 giri così non sarei mai riuscita a farli. Solo l’idea di pensare di dover affrontare – un’altra volta – quella salita della morte mi metteva in crisi.

Come si è conclusa

Così sono tornata al paddock, una volta imboccato il primo pezzo utile di asfalto e ritrovata la strada. Lì ho messo la moto sul cavalletto, mi sono seduta e ho aspettato che la delusione mi scivolasse di dosso, nel modo che per me funziona meglio: versando qualche lacrima.

Mentre tornavo a respirare, e mentre i miei compagni di squadra rientravano dal loro secondo giro, ho pensato che fosse il momento giusto per fare tesoro dei consigli che mi stavano dando: la cosa giusta da fare, avendo tanto tempo ai C.O., sarebbe stata quella di prendere fiato come si deve, alla fine del trasferimento, e poi fare anche la seconda speciale. Avrei così portato a termine il primo giro nella sua totalità, e poi deciso il da farsi: probabilmente non avrei comunque fatto il secondo e il terzo loop, però avrei avuto modo di fare la seconda speciale e mettere in pratica quello che avevo memorizzato – e ripassato nella testa – fin dal giorno prima.

Però è facile parlare con il senno di poi: in quel momento la delusione era così cocente che aveva esaurito ogni mia energia, e la forza di volontà aveva preso il largo.

La delusione di non avercela fatta

Inutile negarlo: la delusione di non essere arrivata alla fine, di non essere riuscita nel mio intento, è stata grande. Mi sono sentita non all’altezza delle mie personali aspettative, mi sono sentita una delusione per il Motoclub: ero l’unica donna in gara – su 350 piloti – e volevo davvero arrivare in fondo.

Ma il parere è stato unanime: la gara era stata molto impegnativa per tutti, e quel trasferimento così faticoso non in linea con quanto viene fatto di solito ai regionali enduro. In serata ho scoperto dal sito della Federazione Cronometristi che erano stati più di 100 i piloti ritirati, ma questo non ha significato molto: alla fine, la persona con la quale stavo facendo i conti ero io.

A nessuno importava davvero che non fossi arrivata in fondo: tutta la sofferenza che provavo era dettata dal fatto che io volevo arrivare al traguardo e il fallimento non era contemplato. Per lo stesso motivo di cui vi avevo raccontato nel video del progetto: mi aspetto che tutto debba sempre venire bene al primo tentativo, e quando qualcosa si rivela più complesso del previsto non penso che sia normale, fisiologico. Penso che la responsabilità sia mia, e che il fallimento sia il risultato della mia incapacità.

Invece di pensare che il fallimento possa nascere anche dall’inesperienza, spesso siamo troppo severi con noi stessi e ci puntiamo il dito contro.

Che l’esito sfortunato della mia prima gara di enduro sia un monito proprio in questa direzione? Che sia l’ennesima occasione che capita sul mio percorso che ha il solo scopo di insegnarmi a credere e perseverare, ma soprattutto ad essere più buona con me stessa?

E adesso?

Devo accettare che l’avventura sia andata in questo modo. Avrebbe potuto concludersi diversamente? Probabilmente sì, ma se le cose si sono svolte in questo modo una ragione c’è.

Quindi ora mi rimbocco le maniche, e mi preparo per le prossime avventure. Consapevole del buon risultato, invece, che ho avuto alla Gibraltar Race, e di tutta la strada che ho ancora da fare.

E tu, mi seguirai anche nelle prossime avventure?

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