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L’avventura più grande

Il ricordo che mia nonna conserva dei bombardamenti su Milano è composto da immagini vivide e dolorose: me l’aveva raccontato per la prima volta tanti anni fa, in una di quelle volte in cui mi trovavo da lei a pranzo e quei momenti di chiacchiera spontanea erano l’occasione involontaria per rimestare il grande paiolo della memoria.

I racconti di quella fuga e di quella rinascita, allora, mi erano entrati dentro con fotogrammi indelebili: ricordo di avere anche scritto un racconto basato su quei giorni, ideando uno stratagemma narrativo quasi manzoniano che lasciasse modo alla storia di emergere libera, di raccontarsi nella maniera che allora mi sembrava migliore.

Poi la vita ha fatto il resto, e la decisione di trasferirmi a Milano, qualche anno dopo, è parsa aprire un piccolo squarcio nella memoria, nelle parole che erano state. Quando un’amica mi ha indicata come la protagonista perfetta per una delle puntate di “Weekend con il nonno”, il programma di Rai4 incentrato sulla collisione degli universi di nonni e nipoti, non mi sono tirata indietro. Vincendo la timidezza, e preparandomi a vivere tre intense giornate con la mia nonna paterna, ho pensato che quella fosse l’occasione perfetta per tornare su quei racconti abbandonati da tempo, per fare chiarezza e conoscere.

Il fatto che io abbia una vita completamente fuori dagli schemi, ormai, è cosa assodata anche per mia nonna: di sicuro non deve essere facile, per un’anziana donna di ottantacinque anni, assistere alla crescita di una nipote con poche certezze ma tanti, tantissimi desideri.

Incredibilmente, però, lei sembra capire: ha capito ogni meta, persino quando ho preso la mia moto e, da sola, sono partita per la Bosnia per raccontare l’orrore di una storia recente che mi aveva solo sfiorato, per ovvie ragioni anagrafiche. Ha capito quando, con un grosso zaino sulle spalle, per settimane ho attraversato la Scozia in lungo e in largo, dormendo a casa di gente che mi ospitava (Cauchserfin? Cosa vuol dire?), quando ho abbracciato un sogno e mi sono trasferita a Parigi, e poi ancora quando sono tornata in Italia per cominciare una nuova, del tutto incognita, avventura.

Ha capito e le domande che poneva non erano fatte per ostacolarmi, per avvicinarmi alla sua realtà – evidentemente molto lontana dalla mia -, ma per accettare e comprendere quella spinta che viene da dentro e mi spinge a errare.

La potenza di questa accettazione l’ho compresa durante il primo giorno di riprese di “Weekend col Nonno”, quando dopo essere arrivate a Riva del Garda a bordo di un sidecar Ural l’ho condotta al largo su di una canoa.

In mezzo al nulla, mentre cercavo di trasmetterle sicurezza, abbiamo avuto modo di parlare di questo: essere sole, circondate dall’acqua e lontane dalla riva, ha liberato i pensieri e i timori.

Per me la libertà della vita era tutta intorno a noi, era da guadagnare con la nostra forza, a ritmo di pagaiate e respiri.

E lei, ancora una volta, ha capito. Mi ha detto “Viaggi per sentirti libera”: nella semplicità della su affermazione c’era tutto un universo di conquista che mi era costato anni di lotta, prima di essere raggiunto.

Ho pensato alla seconda giornata del programma per tutto il tempo, mentre mi aggiravo nelle sale di palazzo Moroldo: la mostra “La rinascita di Milano” ripercorreva quei passi ormai così impressi nella mia memoria e li arricchiva di aneddoti, di conoscenze e, soprattutto, di immagini reali, di oggetti tangibili.

Era come se nonna fosse accanto a me, in quelle stanze dalle pareti nere e in quel tunnel di candore che si apriva poi, dopo la distruzione della guerra. Rivedevo i suoi passi di bambina e i miei insieme, in quella giornata in cui le avevo regalato un ricordo e una nuova parentesi di storia.

Mia nonna Gabriella, figlia di un sarto abruzzese trasferitosi nel capoluogo lombardo per aprire una propria attività, viveva al civico 2 di via Agnello: a pochi passi dal Duomo, e dal cuore pulsante del centro storico, conduceva una vita serena, fatta di scuola e di svaghi.

Durante i pranzi da lei, che sono stati una costante durante tutto l’arco del quinquennio del liceo, mi aveva raccontato spesso di quegli spazi, di quei luoghi che l’avevano vista crescere: quando poi siamo tornate a Milano, affiancate dalle telecamere del programma, rivivere quei giorni è stata un’emozione enorme per entrambe.

Scese dalla Panda verde bottiglia, con la quale avevamo attraversato la periferia e la circonvallazione di una metropoli che stentava a riconoscere, ci siamo immerse nella città e siamo andate alla ricerca di quei luoghi dei quali mi aveva tanto parlato.

Camminavamo in via della Spiga con il naso all’insù, alla ricerca degli angoli che ricordava, dei palazzi che erano sopravvissuti ai bombardamenti iniziati già all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, fin quando non ce la siamo trovata di fronte.

Quelle colonne alte, sormontate dall’ovale del Ministero dell’Istruzione, sono state la conferma più incontrovertibile: nonna ha lanciato un urlo, e la sua vecchia scuola era ancora lì, più forte della storia.

Era come se avessimo completato la prima tappa di un importante missione all’interno di un labirinto conosciuto molto tempo prima, e che nel corso del tempo era cambiato radicalmente. Ci eravamo sapute orientare, nel marasma di gente che affollava il centro di Milano, dirigendoci verso l’emozione più grande che esista. Quella della memoria.

Devo ammettere che nonostante le telecamere, pronte a seguirci passo per passo, tutto quello che stavamo vivendo era così vero e sentito da non farci muovere con la convinzione di ricevere qualcosa di filtrato: credo, anzi, sono convinta, che il programma sia stata solo l’occasione per portare a termine una grande missione di umanità e scoperta reciproca che non avevamo mai avuto il coraggio di intraprendere.

Da via della Spiga ci siamo poi dirette verso la Rinascente, attraverso il dedalo di stradine che, all’interno di tutto il centro, si dipanano dalle vie principali: camminavamo piano, chiacchierando di quello che era stato e dei racconti che volevo che mi narrasse ancora una volta, come se fossero argomento e scoperta totalmente nuova.

Quando gli ordigni americani caddero sulla città nonna aveva 11 anni: è per questo che conserva inalterati i ricordi di quei giorni.

Insieme ai rumori della guerra, alle fughe nel rifugio e le corse dell’incoscienza, quando insieme ai fratelli si lanciava sulle scale mobili della Rinascente e creava il proprio personalissimo parco giochi nel cuore di Milano, nonostante tutto estranea all’orrore da grandi che si svolgeva tutto intorno a loro.

Quando si è bambini si fa di tutto – mi ha detto nonna, notando la mia reazione preoccupata al suo racconto, mentre uscivamo dalla chiesa di San Carlo -. Per noi era una situazione di normalità, e il senso del pericolo era ancora qualcosa di lontano, estraneo”.

Mi raccontava questo e vedevo l’affetto che provava per quel passato, per quell’innocenza perduta: la troupe televisiva seguiva la nostra lenta passeggiata, e lei si guardava intorno come se volesse grattare la scorza dei palazzi, di ogni strada, per ritrovare quello che aveva perduto. Il marmo bianco del Duomo si avvistava già in lontananza, sulla nostra sinistra, e non è stato necessario aspettare molto prima che nonna si rendesse conto della traiettoria che, con il passo di chi si gode una sana chiacchierata senza fretta, stavamo percorrendo.

“Stiamo andando in via Agnello, l’ho capito! – ha esclamato con voce decisa, fermandosi e girandosi ad osservarmi, con lo sguardo di chi spera in una silenziosa conferma -. Se mi ricordo bene era una di queste vie sulla destra, poco più avanti”.

Era emozionata, e l’avevo capito, anche se dentro di me, improvvisamente, sentii montare una rabbia acuta, dovuta al fatto che aveva dovuto aspettare così tanto. Stava ripercorrendo una perdita ma era felice, era orgogliosa di stare esorcizzando quell’evento una volta per tutte, e io mi chiedevo perché non fosse stata aiutata a farlo prima.

Perché non era più venuta a Milano da allora, se non per rarissime gite fuori porta, e tutte ben distanti da quelle strade? E perché nessuno aveva mai pensato di accompagnarla a rivivere, anche solo per un momento, una vita che le era stata portata via?

Lasciai sbollire la rabbia in silenzio, concentrandomi sulla forza di quelle ore e di quei racconti che affioravano sinceri, come da una fonte sotterranea rimasta troppo tempo chiusa nel proprio fermentare.

 È proprio vero che il destino si intromette e scombussola le carte in tavola, ogni centimetro del tuo vissuto: credo si sia sentita così nonna, quando siamo arrivate al numero 2 e ad attenderci, fuori dal portone del grande palazzo, c’erano le verande e i tavoli di un ristorante- pizzeria dalle tende scarlatte e dai camerieri sull’attenti, pronti ad accalappiare i passanti. La storia di quella che era la sua casa si è di colpo fatta molto lontana, priva di definizione: non c’era più traccia del negozio di modiste dove si rifugiava per scherzo, alla ricerca di nastri colorati per acconciare le sue bambole e se stessa.

Tutto era cambiato ma, nello stesso momento, tutto sembrava essere rimasto uguale: anche in via Agnello la vita era continuata, nonostante tutto, e aveva trovato la forza di alzarsi di nuovo in piedi, spazzando le macerie.

La casa, e tutto quello che conteneva, era scomparsa di punto in bianco, come spazzata da un refolo di vento. Si era portata via ogni cosa, ogni ricordo legato ai giorni vissuti fino ad allora, ogni piccolo scampolo di quotidiana materialità: in previsione del programma, quando insieme all’autore studiavo il modo migliore per raccontare la nostra storia, ho pensato he sarebbe stato bello riuscire a far tornare a vivere qualcosa di quei tempi lontani, anche solo attraverso un oggetto.  E ce l’abbiamo fatta: insieme ad Angelo sono riuscita a scovare in rete un volume de “La Cucina Italiana”, che allora mia nonna collezionava con religiosa dovizia, affascinata dalla ricchezza delle immagini, e che ovviamente era andato disperso con tutto il resto.

Eravamo davanti al portone della casa, e mentre lei continuava a guardarsi intorno, forse alla ricerca di punti di riferimento, ho aperto lo zaino e gliel’ho dato: non si aspettava di certo un dono del genere e mi ha abbracciata fortissimo. Anche in quel caso sono certa si sia commossa, ma deve aver rimandato indietro le lacrime nascondendosi nella stretta, prima di tornare a camminare con me verso piazza Duomo.

Il terzo giorno di riprese abbiamo tirato le somme di quello che avevamo affrontato insieme: trascinare nonna nel mio mondo fatto di chilometri, di due ruote e di avventura si era rivelato utile, ma non fondamentale. Lei sapeva già, senza che spendessi parole per spiegarle la mia vita sempre in movimento. Le rivelazioni più grandi, in tutto questo, erano venute da lei e dalla sua storia di sopravvivenza: dopo essere fuggita da Milano si era rifugiata con la sua famiglia a Francavilla Mare, dove rimase per qualche mese e del quale conserva un ricordo indelebile, soprattutto della notte in cui dei soldati tedeschi sparsero orrore fra le case arroccate in quel fazzoletto di terra con vista sul mare. Nel villaggio, mi ha raccontato spesso, “non esistevano più ragazze, solo vecchine curve che si aggiravano fra le sue vie, a passi svelti”, e queste sono storie che di certo non si dimenticano. Dopo la permanenza in Abruzzo fu accolta dagli zii a Brescia: la famiglia in ricostruzione – che nel frattempo si era spostata a Torino – non aveva ancora trovato un alloggio abbastanza spazioso per tutti e cinque, e quella che doveva rappresentare una soluzione temporanea si tradusse poi in una situazione permanente. A Brescia viveva bene, ma l’avventura della fuga, e della rinascita, di certo non l’avrebbe scordata tanto presto: ed è così che ho rivalutato il mio vagare, i miei grandi viaggi per il mondo mettendoli sotto una luce diversa.

È stata nonna, con la grande avventura della sua vita, la vera paladina della scoperta e dell’affermazione di sé, anche lontana da casa, e io non ho potuto che sedermi in disparte ad ascoltare ancora una volta tutta la storia, in religioso silenzio.



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