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Donna che viaggia sola

Sono una donna che viaggia sola, non una sprovveduta

Per un po’ mi sono chiesta se avessi fatto bene a comportarmi in quel modo, e mentre mi avviavo a piedi verso casa riflettevo su quanto successo, se nella situazione che mi era appena capitata sotto mano avessi dimostrato chiusura o solo tutela di me stessa. Se il fatto di essere una donna che viaggia sola mi autorizzi a spostarmi con i sensi all’erta, a prendere precauzioni e, ogni tanto, a costruire barriere protettive.

Non ho saputo trovare una risposta nel chilometro che separava la stazione di Lampugnano da casa, e non la riesco a trovare nemmeno stamattina, a mente fresca.

In viaggio verso casa

Ieri sera sono salita tardi sul Flixbus che, da Bologna, mi avrebbe riportato a Milano. Non ero preoccupata, perché sapevo che quelle tre ore di viaggio sarebbero volate, tra un sonnellino e un po’ di lavoro al computer, e contavo di saltare sull’ultima metro, arrivando a casa in un battibaleno.

Guardavo l’autostrada scorrere veloce fuori dal finestrino dell’ultima fila di sedili, che mi ero presa in caso avessi voluto allungarmi e dormire: il bus era praticamente vuoto, ma a pochi minuti dalla partenza un ragazzo è venuto a sedersi accanto a me, sul lato opposto, dicendo che dove si era accomodato prima la presa della corrente non funzionava.

Il viaggio è trascorso sereno, mentre il panorama circostante continuava a cambiare: a San Donato sono stata svegliata dalle luci e dalla voce del conducente che annunciava il nostro avvicinamento alla città.

Ormai sveglia, ho impacchettato tutte le mie cose e mi sono preparata all’arrivo, nella speranza che la corsa verso i tornelli fosse abbastanza veloce da permettermi di salire sull’ultimo vagone.

Il ragazzo nell’ultima fila mi si è avvicinato, parlandomi in inglese e mostrandomi un biglietto. Aveva riservato un viaggio, sempre in bus, per Torino. Questo, però, sarebbe però partito la mattina alle 6, e alla partenza mancavano ancora cinque ore. Mi ha chiesto se non sapessi dell’esistenza di un bus notturno, ma no, non lo sapevo. Gli ho detto che in zona c’era un ostello, che sicuramente gli avrebbe permesso di dormire durante l’attesa dell’altro mezzo. Bastava una fermata di metro, o anche solo andare a piedi: gli avrei mostrato volentieri la strada.

Mi guardava, ma in realtà sembrava non vedermi

Mi sono messa nei suoi panni, e sono sicura che, al suo posto, avrei accolto l’idea di andare in un ostello così vicino con il sorriso. Anche in caso di errore, anche avendo letto male il biglietto comprato da me, avrei comunque preferito una soluzione di questo tipo – soprattutto se così vicina – piuttosto che rimanere cinque ore alla stazione di Lampugnano.

Lui però non mi sembrava entusiasta: non so perché, ma avevo la sensazione che si trovasse in una bolla di apatia. Mi guardava ma era impassibile, men che meno preoccupato all’idea di passare cinque ore al freddo, senza un posto in cui rifugiarsi.

Fra le mani stringeva un cellulare di ultima generazione e molto costoso, e sul bus la rete WiFi funzionava bene: durante il viaggio c’era stato tutto il tempo di controllare sul sito della compagnia se esistesse un bus notturno per Torino, o per lo meno se ci fosse una struttura a cui appoggiarsi in quelle ore di attesa.

Mi ha guardata e mi sono sentita impotente. Avrei voluto aiutarlo, ed ero disposta a farlo: l’avrei accompagnato all’ostello e gli avrei spiegato come fare a tornare alla stazione la mattina dopo, ma non sembrava davvero interessato al mio aiuto.

Mi ha chiesto il nome, e dove abitassi. Gli ho risposto “in città, non troppo lontano”. Lui, di rimando, mi ha chiesto se abitassi sola. Ingenuamente gli ho risposto di sì, ma mi sono subito corretta, accorgendomi del mio sbaglio.

“Non abito più con i miei genitori, sono in una casa con alcuni amici” gli ho risposto, nella maniera più rilassata possibile, mentre in me si faceva largo una sensazione poco piacevole. Non so perché, ma quelle domande avevano iniziato a non piacermi.

Mi piace essere una donna che viaggia sola, e non avere paura

Il dubbio ha iniziato a divorarmi: magari stavo chiudendo la porta in faccia ad una persona che aveva bisogno di aiuto, che magari non aveva troppa dimestichezza con la lingua e non riusciva a relazionarsi e ad interagire al meglio. E che forse i soldi per pagarsi l’ostello non li aveva.

L’ho pensato per un momento, fino a quando mi ha chiesto se poteva venire a casa con me.

E no, non ce l’ho fatta: io, che uso il Couchsurfing da anni, che ho viaggiato sola per settimane e settimane, e accolgo costantemente viaggiatori (anche uomini) in cerca di chiacchiere, di condivisione e di un posto familiare in cui stare, gli ho risposto di no. Che non lo conoscevo, che non mi aveva spiegato la situazione, e che doveva scusarmi ma proprio non lo potevo accogliere. 

Gli ho ripetuto ancora una volta che l’avrei accompagnato all’ostello senza problemi: lui ha detto che non dovevo avere paura, ma poi ha taciuto e si è messo a guardare il cellulare.

Dopo qualche minuto è tornato alla carica, e mi ha chiesto ancora una volta di tornare a casa con me. Non mi ha detto “sono disperato, non so dove dormire, ti chiedo la gentilezza di farmi dormire sul divano, o per terra, ma non voglio stare solo qui, in questa stazione buia in un angolo della città”.

Mi ha chiesto “Can I come home with you?” e io, nella mia limitatezza e nella mia paura, ancora una volta gli ho detto di no.

Mi ha guardato impassibile e mi ha chiesto se fossi fidanzata. La bugia, a questo punto, è arrivata spontanea. Per quanto poco credibile, visto quello che avevo detto prima, mi è venuta da dentro: in quel momento, per sentirmi più sicura, mi ero davvero convinta che nella mia casetta arancione ci fosse qualcuno ad aspettarmi.

“Sì, ed è già lì” ho risposto secca, e mi sono voltata verso il finestrino. Due sedili più in là lui mi guardava, in silenzio, e poi mi ha chiesto se potessi dargli il mio numero. “Per sentirci qualche volta” mi ha detto.

L’ho guardato, e davvero mi sono sentita presa in giro. Ho ricambiato il suo sguardo e gli ho detto l’ennesimo NO della serata, che il cellulare è strettamente personale e di lavoro, e non sono solita diffondere il mio numero con tanta facilità. L’ho invitato a dirmi, per un’ultima volta, se avesse bisogno dell’ostello. Non mi ha risposto, e allora la questione per me è finita lì. Gli ho detto di rivolgersi all’autista o alla biglietteria, che io più di così non potevo fare.

Non mi sono sentita bene, a sbarrare le porte della sicurezza

Mi sono sentita poco tollerante, poco viaggiatrice. Mentre tornavo a casa lo zaino sulle spalle pesava, perché non ero certa di essermi comportata come avrei voluto e un po’ mi dispiaceva per quel ragazzo che sarebbe rimasto ore ad aspettare un bus che l’avrebbe portato chissà dove, verso chissà quale meta.

Le esperienze per il mondo, e il fatto di essere da anni una donna che viaggia sola, mi hanno insegnato che la mia sicurezza e la mia serenità vengono prima di tutto, e che la carta del bisogno, quella persona, se l’era giocata proprio male.

Ho pensato che è brutto vivere nella paura, e che purtroppo essere una donna che viaggia sola questo timore, troppo spesso, lo rende ancora più vero, ancora più urgente…

Quando ho chiuso la porta di casa dietro di me, anche se in realtà non c’era nessuno ad aspettarmi, mi sono sentita protetta. Con un piccolo dubbio irrisolto, sepolto sul fondo, ma sicura che io, in caso di vera necessità, mi sarei posta diversamente. Non avrei lasciato spazio all’equivoco, e l’avrei sostituito con il sorriso, con un “grazie” che ieri, sfortunatamente, non ho mai sentito.

Avrei spiegato la mia storia e il mio vagare, e mi sarei fatta guidare anche dal più piccolo aiuto che il mio interlocutore fosse stato in grado di offrirmi. Senza non detti, senza domande prive di risposta e incertezze che logorano e fanno sentire in colpa, nonostante tutto.

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